Pilastri della Creazione: Nebulosa Aquila M16, Hubble, Webb e visibilità

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I Pilastri della Creazione (in inglese «Pillars of Creation») sono tre torri di gas freddo e polvere nella Nebulosa Aquila, M 16, in cui nascono nuove stelle: si trovano a circa 6.500–7.000 anni luce di distanza e il pilastro più grande è alto circa 4 anni luce – un dettaglio di una delle nebulose più famose del cielo estivo.

⭐ In breve: I pilastri esistono ancora – l’idea che una supernova li abbia distrutti da tempo è oggi considerata smentita. Dall’Europa centrale all’oculare non li vedi praticamente mai, perché lì la Nebulosa Aquila resta appena sopra l’orizzonte sud. Una foto tutta tua, invece, è realistica: un telescopio smart mostra i pilastri come piccole dita scure già dopo mezz’ora.
I Pilastri della Creazione nella Nebulosa Aquila M16, ripresi dal telescopio James Webb nel vicino infrarosso: tre colonne di gas color ruggine davanti a un campo stellare
I Pilastri della Creazione nel vicino infrarosso: la NIRCam di Webb rende i pilastri semitrasparenti e mostra migliaia di stelle. I punti rossi ai bordi sono giovani protostelle. Immagine: NASA, ESA, CSA, STScI; J. DePasquale, A. Koekemoer, A. Pagan (STScI), CC BY 4.0

I Pilastri della Creazione spiegati: torri di gas come culle di stelle

I pilastri sono i resti di una densa nube molecolare che finora ha resistito alla radiazione delle stelle giovani. Il gas intorno è stato spazzato via da tempo. Restano i grumi più densi e il materiale nella loro «ombra» – un po’ come le mesas del deserto, più dure della roccia circostante.

Il responsabile è l’ammasso stellare NGC 6611, proprio accanto ai pilastri. Ha appena 1–2 milioni di anni circa e contiene alcune stelle massicce estremamente calde di classe spettrale O. La loro luce ultravioletta fa brillare il gas e allo stesso tempo lo erode.

Il nome «Pillars of Creation» è arrivato con l’immagine di Hubble del 1995. Riprende un’espressione del predicatore britannico Charles Spurgeon del 1857. Le strutture però erano già state scoperte nel 1920 da John Charles Duncan su una lastra fotografica dell’Osservatorio di Monte Wilson – allora venivano chiamate «proboscidi di elefante».

Come nascono le stelle nei pilastri?

Nei pilastri il gas si addensa sotto la propria gravità finché si formano nodi che collassano in stelle. Webb mostra queste protostelle, cioè stelle in formazione, come puntini rossi ai bordi dei pilastri. Secondo le stime dei ricercatori hanno solo qualche centinaio di migliaia di anni.

Sulle punte si trovano gli EGG, abbreviazione di «Evaporating Gaseous Globules» – globuli gassosi in evaporazione. Ognuno è più grande del nostro sistema solare e può contenere una stella in formazione. La fotoevaporazione, cioè l’evaporazione causata dalla luce UV, li mette a nudo e allo stesso tempo li taglia fuori dai rifornimenti: la stella smette di crescere.

Da ricordare: Le stesse stelle che innescano la formazione stellare nei dintorni distruggono anche i pilastri. I pilastri sono allo stesso tempo nursery e cantiere di demolizione – per questo gli astronomi di Hubble parlano anche di «pilastri della distruzione».

Scheda dei Pilastri della Creazione: i dati principali

CaratteristicaValore
OggettoTre «proboscidi di elefante» di gas e polvere nella Nebulosa Aquila
CatalogoM 16 (nebulosa con ammasso stellare), NGC 6611 (ammasso stellare), IC 4703 (nebulosa)
CostellazioneSerpente (Serpens Cauda), al confine con Scudo e Sagittario
Distanzacirca 6.500 anni luce (NASA/ESA), altre stime da 5.700 a 7.000 anni luce
Lunghezza del pilastro sinistrocirca 4 anni luce, fino a circa 5 a seconda della delimitazione
Massa dei pilastricirca 200 masse solari
Perdita di massacirca 70 masse solari per milione di anni
Vita residua previstaforse ancora 3 milioni di anni
Ammasso che li illuminaNGC 6611, età da 1 a 2 milioni di anni
Luminosità di M 16 (ammasso)circa 6,4 mag
Coordinate di M 16 (J2000)AR 18h 19m, Dec. −13° 47′
Altezza massima in Germania23° (Amburgo) – 28° (Monaco di Baviera)
Immagini famoseHubble 1995 e 2014, Webb 2022

Fonti: ESA/Webb, ESA/Hubble, ESO (studio MUSE McLeod et al. 2015), Wikipedia; altezze calcolate da noi.

Dimensioni e distanza dei pilastri: quanto sono grandi davvero?

Il pilastro sinistro, il più grande, è lungo circa 4 anni luce – più o meno la distanza tra il Sole e la stella più vicina. La luce impiega quindi quattro anni per andare dalla base alla punta. Anche la barra di scala nell’immagine annotata di Webb lo conferma – il valore esatto dipende da dove si fissa la base del pilastro.

Le dita sulle punte sembrano minuscole, ma ognuna è più grande dell’intero sistema solare. Eppure il gas è estremamente rarefatto: i pilastri sono così trasparenti che Webb, nel vicino infrarosso, riesce in parte a vederci attraverso.

Quanto sono grandi i Pilastri della Creazione?Pilastro sinistro≈ 4 anni lucefino a 5Sole → Proxima Centauri (stella più vicina)4,2 anni luce012345 alPer confronto: su questa scala l’intero sistema solare sarebbe più piccolo di un pixel.
Il pilastro più grande riempirebbe più o meno lo spazio tra il Sole e la sua stella vicina più prossima. Grafica: sterngucker.de, valori secondo NASA/ESA ed ESA/Webb

Per la distanza, NASA ed ESA indicano oggi circa 6.500 anni luce. L’ESO e molte fonti più vecchie parlano di circa 7.000, alcune stime più recenti arrivano a circa 5.700 anni luce. La forbice nasce dal fatto che metodi diversi misurano stelle diverse dell’ammasso – la luce che catturi oggi è quindi partita intorno al 4500 a.C.

Hubble e Webb a confronto: gli stessi pilastri, occhi diversi

Se esistono tre versioni famose dell’immagine, è per via delle lunghezze d’onda. Hubble fotografa soprattutto la luce visibile e mostra quindi i pilastri di polvere opachi. Webb osserva nell’infrarosso e così vede attraverso parte della polvere.

ImmagineStrumentoLuceCosa mostra
Hubble, 1° aprile 1995WFPC2, 32 singoli scatti da 4 camerevisibile, tre filtri a banda stretta (ossigeno, idrogeno, zolfo)Pilastri scuri e densi dai bordi luminosi, EGG sulle punte
Hubble, fine 2014 (pubblicata a gen. 2015)WFC3visibile, più un’immagine aggiuntiva nel vicino infrarossoPiù nitida e con un campo più ampio; nell’infrarosso i pilastri diventano sagome davanti a un campo stellare
Webb, pubblicata il 19 ottobre 2022NIRCamvicino infrarosso, 0,9–4,7 µmPilastri semitrasparenti, migliaia di stelle, protostelle rosse e getti
Webb, pubblicata il 28 ottobre 2022MIRImedio infrarosso, 7,7–15 µmQuasi solo polvere; la maggior parte delle stelle scompare, restano visibili solo le stelle giovani ancora avvolte nella polvere

Fonti: ESA/Hubble heic1501, NASA, ESA/Webb weic2216, NASA Science (immagine MIRI), ESA.

Quale telescopio vede quale luce?Il tuo occhioHubble 1995/2014 (filtri a banda stretta)Webb NIRCam: 0,9–4,7 µmWebb MIRI: 7,7–15 µm0,51251020Lunghezza d’onda in micrometri (scala logaritmica)
Per i pilastri Hubble ha lavorato nello stesso intervallo del tuo occhio, Webb molto più in là, nell’infrarosso. Per questo le immagini mostrano cose così diverse. Grafica: sterngucker.de, dati dei filtri secondo NASA ed ESA/Webb

L’immagine di Hubble del 1995: Hester e Scowen

L’immagine originale è stata scattata dagli astronomi Jeff Hester e Paul Scowen della Arizona State University. È stata esposta il 1° aprile 1995 e pubblicata nel novembre 1995. Oggi è considerata l’immagine più famosa mai realizzata da Hubble – è finita su magliette, tazze e francobolli.

I colori sono misurati davvero, ma riassegnati. Nell’immagine originale il verde sta per l’idrogeno, il rosso per lo zolfo e il blu per l’ossigeno. Questa combinazione si chiama ancora oggi «palette Hubble», e la usano anche gli astrofili per le loro foto di nebulose.

Confronto dei Pilastri della Creazione: a sinistra la più nitida immagine di Hubble del 2014, a destra l’immagine originale del 1995
Vent’anni di distanza: a sinistra la ripresa WFC3 del 2014, a destra il celebre originale del 1995. Immagine: WFC3: NASA, ESA/Hubble and the Hubble Heritage Team; WFPC2: NASA, ESA/Hubble, STScI, J. Hester and P. Scowen (Arizona State University), CC BY 4.0

Hubble 2014: più nitida e nell’infrarosso

Per il 25° compleanno del telescopio, nel 2014 Hubble ha fotografato di nuovo i pilastri con la più recente camera WFC3. L’immagine è più nitida e mostra un campo più ampio. Sulla punta del pilastro sinistro si vede un brandello di gas che è stato riscaldato e sta volando via.

Il confronto tra le due immagini di Hubble mostra che i pilastri cambiano in modo misurabile. Secondo la NASA, un getto di materia di una stella giovane si è allungato di quasi 97 miliardi di chilometri nei 19 anni tra le due riprese. L’immagine aggiuntiva nell’infrarosso ha inoltre reso visibili stelle che nella luce visibile erano ancora nascoste nella polvere.

James Webb 2022: NIRCam e MIRI

L’immagine NIRCam di Webb dell’ottobre 2022 è piena di stelle, e i pilastri sembrano quasi trasparenti. I puntini rossi incandescenti ai bordi sono protostelle, le linee ondulate sono getti di stelle giovani che si schiantano contro il gas. Le galassie di sfondo mancano comunque: il gas della Via Lattea blocca la vista in profondità.

L’immagine MIRI nel medio infrarosso, invece, mostra quasi solo polvere. A queste lunghezze d’onda la maggior parte delle stelle è troppo debole. Restano le stelle giovani che non si sono ancora liberate del loro involucro di polvere – trovi di più sul telescopio stesso nella nostra pagina sul telescopio James Webb.

I Pilastri della Creazione a sinistra nella luce visibile di Hubble con pilastri scuri, a destra nell’infrarosso di Webb con pilastri semitrasparenti e molte stelle
La stessa scena, due lunghezze d’onda: Hubble (a sinistra) mostra polvere densa, Webb (a destra) ci guarda attraverso e mostra le stelle dietro e dentro. Immagine: NASA, ESA, CSA, STScI; J. DePasquale, A. Koekemoer, A. Pagan (STScI), CC BY 4.0

Quale immagine sia «più giusta» non si può dire – ognuna mostra uno strato diverso della stessa nube. Come Hubble si sia guadagnato la sua fama lo racconta il nostro articolo sul telescopio spaziale Hubble.

Il mito del «già distrutti»: cosa c’è di vero nella tesi della supernova

Dal 2007 circola l’affermazione secondo cui i pilastri sarebbero in realtà già distrutti. Un team guidato da Nicolas Flagey (Institut d’Astrophysique Spatiale, Parigi) trovò con il telescopio spaziale Spitzer un guscio di polvere calda vicino ai pilastri. La loro interpretazione: una supernova di circa 6.000 anni fa avrebbe lanciato un’onda d’urto il cui effetto, a causa del tempo di viaggio della luce, vedremmo solo tra circa 1.000 anni.

Già allora non mancarono le obiezioni. L’esperto di supernove Stephen Reynolds (North Carolina State University) fece notare che un resto di supernova dovrebbe emettere molta più radiazione radio e X. Secondo lui i venti delle stelle massicce erano la spiegazione più semplice.

Nel 2012 alcuni astronomi, con il telescopio infrarosso Herschel, non trovarono alcun indizio di un resto di supernova. Le temperature della polvere sono compatibili con il solo riscaldamento da parte dell’ammasso NGC 6611 (Hill et al. 2012). Nel 2015 un team ha determinato con lo spettrografo MUSE del Very Large Telescope dell’ESO quanto velocemente evaporano i pilastri: con circa 70 masse solari per milione di anni, restano loro ancora circa 3 milioni di anni.

AnnoChiConclusione
2007Flagey et al., SpitzerPolvere calda, forse onda d’urto di una supernova – pilastri forse già distrutti
2007Stephen ReynoldsTroppo poca radiazione radio e X per una supernova; più probabili i venti stellari
2012Hill et al., HerschelNessun indizio di un resto di supernova, il riscaldamento da NGC 6611 basta
2015McLeod et al., ESO/MUSEEvaporazione lenta, vita residua di circa 3 milioni di anni
Per inquadrare: Dimostrare in modo definitivo l’assenza di un’onda d’urto è difficile, quindi lo diciamo con cautela. La tesi della supernova oggi è considerata molto improbabile; lo stato della ricerca: i pilastri esistono e si dissolvono lentamente nell’arco di milioni di anni. Se leggi titoli del 2007 come «Distrutti i Pilastri della Creazione», stai leggendo un’ipotesi superata.

Trovare la Nebulosa Aquila M16 in cielo: Serpente, Scudo e Sagittario

La Nebulosa Aquila M 16 si trova nella parte orientale della costellazione del Serpente, la «coda del Serpente» (Serpens Cauda). È una zona povera di stelle nella fascia estiva della Via Lattea, subito a nord delle costellazioni del Sagittario e dello Scudo. Deve il suo nome alla figura scura di polvere al centro, che ricorda un’aquila con le ali spiegate.

Il modo più facile per trovarla è passare dalla Nebulosa Omega M 17: M 16 si trova circa 2,4° più a nord. Un secondo punto di riferimento è la stella Gamma Scuti (4,7 mag) nello Scudo, circa 2,6° a ovest e 1° a nord. Con un binocolo ti sposti verso ovest partendo dalla luminosa nube stellare dello Scudo.

Confusione frequente: La Nebulosa Aquila non si trova nella costellazione dell’Aquila. La costellazione dell’Aquila, con la brillante Altair, si trova parecchio più a nord-est. Chi cerca lì non trova nessuna nebulosa.
La Nebulosa Aquila M16 a grande campo: nube di gas rossa e luminosa con l’ammasso NGC 6611 in alto a destra e i piccoli Pilastri della Creazione al centro
L’intera Nebulosa Aquila: i celebri pilastri sono solo un piccolo dettaglio al centro dell’immagine, in alto a destra si trova l’ammasso NGC 6611, le cui stelle calde li illuminano. Ripresa con il telescopio MPG/ESO da 2,2 m a La Silla. Immagine: ESO, CC BY 4.0

Visibilità dall’Europa centrale: bassa a sud nelle sere d’estate

La Nebulosa Aquila è un oggetto estivo e dalla Germania e da latitudini simili resta sempre bassa. Con una declinazione di circa −13,8°, a 50° nord sale al massimo a circa 26° sopra l’orizzonte, ad Amburgo a 23°, a Monaco di Baviera a 28°. Per confronto: un pugno a braccio teso copre circa 10°.

Il periodo migliore va da luglio a metà agosto, intorno a mezzanotte. In quel momento è alla massima altezza a sud nell’ora più buia. A giugno disturbano le notti brevi e chiare, da settembre sparisce già presto la sera nel crepuscolo.

DataCulminazione (sud)Buio e almeno 15° di altezzaConsiglio
15 maggio04:05 (crepuscolo)01:15–03:50Solo per mattinieri
15 giugno02:0023:35–03:05Notti brevi
15 luglio00:0523:15–02:55Periodo migliore
1° agosto22:5522:40–01:45Molto buono, più presto la sera
15 agosto22:00 (crepuscolo)22:05–00:50Subito dopo il calar della notte
1° settembre20:55 (crepuscolo)21:25–23:45Già a sud-ovest
15 settembre20:00 (ancora chiaro)20:50–22:50Fine stagione

Calcolato per 51° nord, 10° est (Germania centrale), ora legale dell’Europa centrale; «buio» = Sole più di 12° sotto l’orizzonte. L’altezza alla culminazione lì è di circa 25°.

Il vero problema è la scarsa altezza. Guardi attraverso molta più aria che osservando verso l’alto, e in più ci sono foschia e il chiarore delle località a sud. Un sito di osservazione con la vista libera verso sud è quindi più importante del telescopio.

I Pilastri della Creazione al telescopio: cosa vedi davvero

A dirla tutta: i pilastri in sé sono uno dei bersagli visuali più difficili del cielo estivo. Quello che vedi facilmente all’oculare è l’ammasso NGC 6611 con un debole chiarore nebulare. I pilastri si mostrano – se si mostrano – come una piccola tacca scura nella parte più luminosa della nebulosa.

Gli osservatori esperti del forum tedesco astronomie.de concordano: con un’attrezzatura media i pilastri non si vedono. Diventa possibile solo con esperienza, un cielo molto buio, almeno 200 mm di apertura e un filtro OIII, che lascia passare solo la luce dell’ossigeno. Gli osservatori anglofoni parlano piuttosto di 250 mm e oltre e di un’aria molto limpida e trasparente.

StrumentoAmmasso NGC 6611NebulosaPilastri
Occhio nudosolo sotto un cielo molto buio, come una macchiolinanono
Binocolo 10×50piccolo gruppo di stelleal massimo un accennono
Telescopio 130–150 mmnitido, decine di stelledebole, meglio con filtro UHC o OIIIpraticamente no
Telescopio 200–250 mm + OIIIspettacolareestesa, con strutturaaccennati come tacca scura, serve cielo buio
Da 300 mm + filtrospettacolareluminosa, con baie scurepiccola forma scura a V o a uncino

Base: resoconti di osservazione da forum.astronomie.de e Cloudy Nights e da BBC Sky at Night; vale per un cielo di campagna buio. Dalla Germania la scarsa altezza costa ulteriore contrasto.

I colori delle immagini spaziali al telescopio non li vedrai mai. Con poca luce nell’occhio lavorano solo i bastoncelli, che non distinguono i colori, e la nebulosa appare grigia. Quanto possa mostrare di più un’altra nebulosa lo vedi con la Nebulosa di Orione, che in inverno sta molto più alta ed è più luminosa.

Consiglio per il tuo tentativo: Osserva in una notte di luglio senza Luna, intorno a mezzanotte, concedi ai tuoi occhi 30 minuti di buio e usa un ingrandimento medio-alto di circa 80–150 volte. Cerca i pilastri al bordo della parte più luminosa della nebulosa, vicino a una stella di magnitudine 9 – e non restarci male se la prima volta non funziona.

Fotografare i Pilastri della Creazione: con il telescopio smart

In fotografia i pilastri sono molto più facili che in visuale. Una fotocamera raccoglie luce per molti minuti e vede la luce rossa dell’idrogeno, alla quale di notte il tuo occhio è quasi cieco. In cielo però i pilastri misurano solo pochi primi d’arco, quindi ti serve un po’ di focale.

Il modo più semplice è un telescopio smart che gestisce da solo inseguimento, fotocamera e somma delle immagini. Alcuni possessori di Seestar S50 mostrano i pilastri come piccole dita scure nella nebulosa già dopo 20–30 minuti di esposizione. Con una o due ore l’immagine diventa più pulita e la forma più chiara, con più notti nasce una foto ricca di dettagli.

AttrezzaturaEsposizione totaleRisultato
Telescopio smart Seestar S50, con filtro19–30 minPilastri riconoscibili come piccola struttura scura (Cloudy Nights, cielo Bortle 4)
Rifrattore 90/500 mm, mirrorless, AZ-GTicirca 1,8 h (220 × 30 s)Diversi pilastri visibili, stelle non del tutto tonde per i limiti dell’inseguimento (forum.astronomie.de)
Apocromatico da 103 mm, camera a colori raffreddata, autoguidacirca 2,9 h (57 × 180 s)Pilastri tridimensionali in palette Hubble (forum.astronomie.de)
Telescopio smart Seestar S505,3 h in più nottiNebulosa ricca di dettagli sotto un cielo di periferia (Bortle 5, Offenburg)

I dati provengono da foto di astrofili pubblicate; cielo ed elaborazione influenzano molto il risultato.

Tieni conto della scarsa altezza: a luglio M 16 resta sopra i 15° solo per poco più di tre ore e mezza di buio a notte. Un telescopio smart però può raccogliere dati sullo stesso soggetto per più notti. Un filtro contro l’inquinamento luminoso aiuta, perché lascia passare la luce dell’idrogeno e dell’ossigeno e attenua quella dei lampioni.

La via realistica per la tua foto dei pilastri: Smart Telescope ZWO Seestar S50 Pro

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Punta M 16 da solo, insegue e somma in diretta – i pilastri compaiono dopo circa mezz’ora. Con la piccola apertura di 50 mm restano però un dettaglio dell’immagine, non un soggetto a tutto campo come nelle foto di Hubble.

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Le foto del forum con i pilastri più tridimensionali sono state realizzate con telescopi a lenti da 90–100 mm di apertura, una camera astronomica e una montatura con inseguimento. Più apertura e più focale rendono i pilastri più grandi e più nitidi, ma ti servono un portatile o un computer di controllo, tempo per imparare e un budget nettamente più alto rispetto a un telescopio smart. Ne vale la pena se l’astrofotografia ti conquista a lungo – come iniziare lo spiega la nostra guida all’astrofotografia deep-sky.

Quali modelli esistono e in cosa si differenziano lo confronta la nostra panoramica sul telescopio smart. Lì si parla anche di campo inquadrato, filtri e autonomia della batteria.

Domande frequenti sui Pilastri della Creazione

Dove si trovano i Pilastri della Creazione?

Nella Nebulosa Aquila, M 16, nella costellazione del Serpente (Serpens Cauda), vicino al confine con Scudo e Sagittario. Nella Via Lattea si trovano nel braccio del Sagittario, un braccio a spirale più interno rispetto al Sole. Dall’Europa centrale in estate stanno bassi a sud.

A quanti anni luce si trovano i Pilastri della Creazione?

NASA ed ESA indicano circa 6.500 anni luce, l’ESO e fonti più vecchie circa 7.000. Alcune stime più recenti si aggirano sui 5.700 anni luce. La luce viaggia quindi verso di noi da diversi millenni.

I Pilastri della Creazione esistono ancora?

Secondo le conoscenze attuali, sì. La tesi della supernova del 2007 non è supportata dai successivi dati di Herschel ed è considerata molto improbabile. Secondo le misure dell’ESO, i pilastri evaporano lentamente e dureranno ancora circa 3 milioni di anni.

Perché si chiamano Pilastri della Creazione (Pillars of Creation)?

Perché al loro interno vengono «create» nuove stelle. Il nome è comparso con l’immagine di Hubble del 1995 e riprende un’espressione del predicatore Charles Spurgeon del 1857. Prima gli astronomi parlavano più sobriamente di «proboscidi di elefante».

Si possono vedere i Pilastri della Creazione a occhio nudo?

No. A occhio nudo, sotto un cielo molto buio, si riconosce al massimo l’ammasso come una debole macchiolina. Anche al telescopio servono molta apertura, un filtro OIII e un sito molto buio per intuire i pilastri. In fotografia invece funziona già con un telescopio smart.

Chi ha scattato la famosa foto?

Gli astronomi Jeff Hester e Paul Scowen della Arizona State University con il telescopio spaziale Hubble, con esposizione del 1° aprile 1995. L’immagine è composta da 32 riprese singole. Versioni più recenti sono state realizzate da Hubble nel 2014 e dal telescopio James Webb nel 2022.

Per approfondire: Nebulose nello spazio · Telescopio James Webb · Astrofotografia deep-sky
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